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Vivere sviluppando videogame: riflessioni sul mercato del lavoro in Italia

Grazie a una segnalazione dell'autore ho letto questo interessante articolo su Game Programming Italia di Gianluca Masina che mi ha consentito di avere un'idea di un settore che conosco poco ma che su di me esercita un indiscutibile fascino.
L'articolo descrive la situazione del mercato italiano dei programmatori di videogame, illustrando i motivi per cui molti sviluppator, per coronare i loro sogni, sono dovuti emigrare all'estero. Sulla situazione specifica del mercato l'articolo dice già moltissimo, ma approfitto dello spunto per fare qualche considerazione in linea generale.

Chi mi conosce sa che da sempre affermo che non c'è progetto software più complesso e oserei dire "completo" che lo sviluppo di un videogioco. Prestazioni, tempi di risposta, uso oculato delle risorse, resa grafica, interfaccia utente e, ultimo ma non meno importante, creatività: tutti ingredienti indispensabili per la riuscita di un progetto, la sfida è nel riuscire a riunirli e farli convivere in un singolo team e quindi nel prodotto risultante.
Questo è il motivo per cui provo sempre una certa invidia e un senso di inadeguatezza quando, quelle poche volte che riesco a giocare, realizzo che la complessità con cui mi confronto quotidianamente è solo una estrema frazione di quella cui si è trovato di fronte chi ha sviluppato il videogame che sto usando in quel momento.

Ma veniamo al tema del mio post. Come dicevo, l'articolo offre alcuni spunti molto interessanti.

La cultura italiana
Andare in giro a dire che si sviluppano videogiochi non causa un forte ritorno di immagine e stima (al di fuori di una ristretta cerchia di persone che comprendono bene il valore della cosa).
Difficile trovare qualcuno che sia disposto a investire in progetti simili: altrettanto vero, soprattutto se si pensa che in Italia è comunque difficile trovare finanziamenti su un progetto d'impresa se non si dispone di garanzie reali sul capitale investito.

La formazione
Non esiste una "scuola" per programmatori di videogiochi in Italia, ma aggiungerei che non esiste una formazione "eccellente" neanche per lo sviluppo del software. Spesso ho visto che ci si concentra su alcuni specifici aspetti della progammazione (l'analisi, gli algoritmi, i linguaggi, ecc.) tralasciando la visione d'insieme, la valutazione architetturale, l'analisi delle prestazioni in un sistema complesso. Sarei felice di essere smentito da qualche studente o professore universitario, e suppongo che le eccezioni esistano, ma credo di poter dire che sui grandi numeri questo problema esista: in Italia deleghiamo al mondo delle imprese la formazione "professionale", specialmente nel campo dell'IT. Ma aziende che spesso sono di dimensioni medio-piccole e non hanno le spalle coperte per investire su progetti di formazione a medio-lungo termine, se assumono qualcuno devono avere un risultato più o meno immediato.
Io sono un privilegiato, visto che per il mio lavoro sono necessariamente a contatto con aziende che rappresentano la fascia migliore (investono di più in IT, capiscono il valore della qualità, vedono le cose con un orizzonte temporale maggiore del budget che hanno già terminato). Ma sono cosciente del fatto che questa non sia la situazione caratteristica nella maggioranza dei casi.
Dunque: chi deve fare formazione in Italia? Per essere pratici, chi oggi è studia deve necessariamente "arrangiarsi": non può presupporre che il suo interlocutore (scuola, università o datore di lavoro) faccia per lui le scelte migliori, è chi studia in prima persona che deve fare le scelte giuste, magari sacrificando più tempo di quello che sarebbe necessario per conseguire i risultati che gli sono richiesti nell'immediato (esami o progetti di sviluppo che siano). Questa strada ripaga nel futuro, perché consente di essere più appetibili sul mercato del lavoro, soprattutto (paradossalmente) se il panorama resta questo in Italia.
Attenzione, il mio non è né un auspicio né un modello, ma semplicemente una cinica considerazione di cosa è più efficace nella situazione esistente.

I pregiudizi
Cito testualmente dall'articolo: Si pensa che un grafico/programmatore inesperto possano subito essere produttivi e dare lo stesso contributo di un loro collega già nel settore da almeno cinque anni (e naturalmente più costoso).
Quanto sono d'accordo: questo pregiudizio è tanto infondato quanto diffuso. Chiaramente nel settore dei videogiochi il problema è più chiaramente individuabile, perché se il prodotto finale non è eccellente, difficilmente il videogame avrà successo, se mai arriverà sugli scaffali.
Però attenzione: in un qualsiasi progetto di sviluppo software questo problema è presente, solo che spesso si riesce a mascherarne le conseguenze, almeno a livello formale. Qualcosa viene rilasciato, qualcosa viene usato dagli utenti, solo che poi saltano fuori errori, problemi prestazionali e si fanno patch, si compra nuovo hardware e si cerca in qualche modo di mettere una pezza agli errori iniziali, magari mascherandoli come "non avevamo le specifiche", "l'utente ha cambiato idea" o "le richieste sottostimavano il carico di utenti". Ho ormai (ahimé) troppa esperienza per illudermi che queste scuse siano vere: se lo sono, non sono tutta la verità, ma solo una parte (a volte nemmeno la più importante).

Soluzioni
Difficile darne. Per i singoli, l'opzione è emigrare dove l'organizzazione del lavoro e le condizioni di mercato consentono di avere opportunità e prospettive interessanti.
Diverso il discorso per il sistema impresa e per il sistema creditizio. La selezione la farà il mercato, peccato che se il mercato non è più soltanto autoctono ma si allarga all'Unione Europea, che a sua volta si estende a nuovi Paesi, il tutto in un contesto dove le barriere doganali e linguistiche vacillano sempre di più... la selezione potrebbe essere molto dura.
Io sono sempre portato a vedere il lato positivo delle cose: nel cambiamento ci sono sempre molte opportunità da sfruttare, e in questo senso esistono (anche in Italia) imprenditori più illuminati di altri (talvolta lo sono le nuove generazioni, ma per fortuna ne esistono anche di meno nuove). Ma non si può pretendere di avere un paese di imprenditori, così come non si può pretendere di essere tutti imprenditori.
Certamente, è utile essere un po' imprenditori di sé stessi, ricordando che nella vita non c'è niente di costante tranne il cambiamento.