Il protocollo informatico come cuore di un sistema di KM di una Pubblica Amministrazione
Sto ultimando il mio ultimo articolo per IGED che sarà anche la base di considerazioni che spero possano suscitare interessanti dibattiti sia in questo blog che nei prossimi convegni in cui parteciperò. Vi giro l'abstract e parte dell'introduzione, magari se avete feedback giratemeli:
Abstract
Il Knowledge Management fonda le sue radici principalmente su due fattori ben definiti: la gestione dell’informazione e la condivisione della conoscenza. Se da una parte la gestione dell’informazione ad oggi viene demandata quasi completamente al sistema informativo presente all’interno dell’organizazione, sia essa pubblica che privata, la condivisione della conoscenza ha acquisito un ruolo fondamentale all’interno della Pubblica Amministrazione che grazie alle innovative politiche di eGovernment, sempre più frequentemente si trova nella condizione di aprire i propri processi amministrativi al cittadino. All’interno di una organizzazione pubblica, quasi la totalità dei documenti viene acquisita tramite procedure di protocollazione: questo grande flusso informativo destrutturato rappresenta le fondamenta della conoscenza sulla quale oggi, grazie al nuovo Codice delle Amministrazioni Digitali, si cimentano filosofie ed approcci diversi, con l’unico scopo di proporre metodologie efficienti per la trattazione dei dati. Scopo di questo articolo è la dimostrazione di come normali procedure di protocollo informaticopossano apportare valore alla Pubblica Amministrazione, attraverso un approccio innovativo verso la condivisione della conoscenza.
Approcciare il Knowledge Management: organizzazioni pubbliche e private a confronto
Senza dubbio la metodologia nella trattazione delle informazioni è la chiave di volta nel complesso dominio della gestione della conoscenza. Mentre prima si additava come uno spreco l’efficacia dei processi amministrativi che potevano durare anche anni, oggi si guarda con speranza all’efficienza del sistema normativo del nuovo Codice delle Amministrazioni Digitali, proprio come una vera e propria riforma di costume.
Se da una parte una organizzazione privata ha vincoli normativi influenti sulla propria gestione dei dati, una Pubblica Amministrazione ha vincoli normativi molto stretti, i quali negli anni non hanno di certo all’iniziativa personale di diligenti funzionari verso una propria interpretazione della trattazione dei dati interni alla propria organizazzione.
Questa divisione, in questi due precisi ambiti applicativi, molto spesso è stata additata appunto come mancanza di efficienza da parte dell’organo volutivo di una Pubblica Amministrazione, rimarcando un certo “gap” tecnologico a fronte di continui investimenti verso l’acquisizione di costosi sistemi informativi.
Al contrario secondo una visione più ampia, il cosidetto divario tecnologico appare in secondo piano se paragonato, almeno fino ad oggi, ad una pura e semplice incompletezza della norma a regola dei processi informativi. Oggi, concetti comuni come l’Europa, la coscenza dell’importanza dei rapporti tra cittadino ed Ente pubblico, la consapevolezza del valore del dato o meglio della sua contestualizzazione hanno finalmente spinto governi di ogni paese comunitario ad intraprendere un percorso comune di innovazione, la quale a differenza delle passate esperienze non ha agito prettamente sull’aspetto tecnologico ma metodologico. Questa è la grande innovazione! Come cittadini abbiamo da una parte il dovere di prenderne coscenza e dall’altra “finalmente” il diritto di intervenire, in maniera molto più invasiva che in passato, nei processi che ci vedono principali attori.
Un insieme di nuove regole e procedure oggi permettono a qualsiasi Ente pubblico di usufruire di una vera e propria metodologia comune per la trattazione della conoscenza, senza barcollare nelle infinite opportunità di sistemi informativi altamente tecnologici ma poco efficienti......